Archivi del mese: luglio 2012

Alla scoperta della meccanica delle cose

Quando abbiamo un figlio o abbiamo a che fare con bambini piccoli, spesso ci sorprendiamo della facilità con la quale si interessano alle cose più semplici. Non serve loro chi sa quali giochi comprati e impacchettati, hanno bisogno solo di fare esperienze pratiche con oggetti che trovano e richiamano la nostra attenzione per accompagnarli alla meravigliosa scoperta della vita.

Gli acchiappini: che mondo magico e colorato! Un semplice oggetto che affascina per la forma, per i colori e per la “meccanica”. Cosimo, mio figlio, è sempre stato incuriosito dall’azione di stendere i panni. Io non ci facevo molto caso ma in realtà lui studiava proprio il movimento delle mani.

Beh, dopo un attento studio di settimane, se ne sono visti i frutti. Adesso Cosimo riesce ad aprirli e ad appinzare oggetti: ne ha compreso il funzionamento. E’ allora che gli ho proposto un semplice bastoncino di legno che ho colorato a tempera per rendere più carino. Senza neanche dirgli niente l’ho ritrovato tutto pieno di acchiappini.

I bambini fremono per capire il senso delle cose, ricercando in conutinuazione esperienze dirette con gli oggetti. Gli adulti spesso tolgono di sotto mano oggetti che reputano pericolosi o non adatti, ma in realtà più che ai giochi preconfezionati i bambini sono interessati alla scoperta del mondo e, anche se non ce lo possono chiedere, sono sempre pronti ad ascoltare nuove spiegazioni. Chiaramente tutto questo presuppone di giocare e scoprire insieme a loro, quindi i giochi “sicuri” lasciateglieli per quando avete da sbrigare qualche faccenda ma prendetevi un momento dedicato all’esplorazione. C’è davvero da imparare dai nostri figli, è letteramento uno scambio reciproco. Ecco che allora si impara anche noi a “rinnammorarci” del nostro mondo.

Per esempio noi, in una delle nostre esplorazioni esterne, abbiamo trovato questo bellissimo ed enorme dente di leone. Anche questo ha una meccanica fantastica nella sua perfetta geometria . Già quelli più piccoli a Cosimo piacevano perchè ha capito che ci si poteva soffiare sopra e, come per magia, le componenti volavano, leggere come tante fatine. Anche con questo esemplare gigante Cosimo ha provato per un pò a soffiarci ma non accedeva niente; è comunque rimasto affascinato dal fatto che le parti non volavano via perché questo dente di leone è più grande e più forte.

Che giornata intensa di emozioni…

Un compagno di avventure da trascinare

I bambini piccoli amano trascinare le cose per casa, osservarne il movimento prodotto da loro stessi. Ecco che allora oggi vi propongo un gioco divertente e semplicissimo da fare in cinque minuti e col quale i vostri pulcini si intratterrano incuriositi: una bambolina trascinabile per i capelli.

In realtà si posso fare tante facce buffe e creare tanti vestitini diversi. Tutto ha inizio da un semplice cartoncino, io ne ho usato uno plastificato perchè è più resistente. Su di esso ci si disegna un volto e poi se ne ritaglia il contorno. Un  triangolo allungato di cartoncino è quello che ci serve per il corpo, che poi rivestiremo con una carta che ci piace per fare la fantasia dell’abito. Ci si piò sbizzarrire anche ad inserirci galette, bottoni, nastri e chi più ne ha più ne metta (ma in questo caso non è più un lavoretto da cinque minuti…).

All’estremità, sulla punta del triangolo ci incolleremo, con del nastro biadesivo, la nostra faccia. Adesso viene il momento più divertente: quello dell’acconciatura. Prendiamo dei lunghi fili di lana del colore che preferiamo per i capelli della nostra figura (noi abbiamo scelto il marrone). Per inserirli nella testa si fanno tre buchetti sulla fronte per farci passare i fili legandoli ognuno al foro apposito. E vai con la treccia… che finirà con un bel nastro colorato. E’ un bel gioco leggero e silenzioso. L’unica cosa da stare attenti è che di solito mentre i bimbi trascinano il loro nuovo amichetto tendono a camminare senza guardare avanti… 😀

L’abisso esistenziale nell’arte contemporanea americana (seconda parte)

Guardando, tra l’incanto e la paura, all’interno delle sfere di vetro di Doyle ecco che appare, con la pesantezza di un’incombente premonizione, anche un altro aspetto sociologico dell’uomo contemporaneo: la solitudine. Lo vediamo benissimo con la serie “Collateral Damage”, forse proprio il frutto di quegli effetti collaterali del modo di vivere della società occidentale.

Molto spesso le persone sono isolatamente confinate all’interno di contenitori di vetro simili a provette, mentre il contrasto tra la loro prigione invisibile e l’idea di libertà è evocata dalla distesa di erba verde splendente che i loro piedi calpestano. Questi personaggi si cercano costantemente senza mai riuscire a trovarsi e ad afferrare la mano dell’altro, in un indefinito tentativo di salvezza. Non rimane loro che continuare a guardarsi, ognuno profondamente consapevole della propria inevitabile solitudine.

L’arte contemporanea, dagli anni 70 in poi ed in particolare negli Stati Uniti d’America, diventa il palcoscenico di una profonda e malinconica riflessione sul rapporto dell’uomo con la natura, anch’esso, come la condizione abitativa e familiare, sempre più trasformato nella panoramica dell’industrializzazione e del consumismo. New York e i luoghi sconfinati dell’Ovest americano divengono protagonisti della Land Art e Dennis Oppenheim è uno dei principali artisti che si fanno portavoce dei nuovi fermenti. Nato ad Electric City (Washington) nel 1938 e morto nel 2011 all’età di 73 anni a New York, dove ha vissuto e lavorato prevalentemente, Oppenheim ha incentrato la sua ricerca artistica su una nuova interazione col pubblico, liberando l’arte dall’ormai troppo stretta condizione museale. Dopo essersi trasferito a New York, l’artista inizia, intorno agli anni 80, una serie di realizzazioni proprio all’esterno, in spazi pubblici, dove si trova la casa come una delle sue maggiori ispirazioni.

Device to Root Out Evil (Congegno per sradicare il demonio), per la prima volta esposto nel 1997, è un’architettura che segue lo stile delle chiese del New England. Opera che segue la stessa linea di riflessione sullo straneamento della visione, come lo fa la casa sottosopra di Doyle.

Dennis Oppenheim Device to Root Out Evil” ora al The Denver Art Museum, Denver, Colorado

Tutto è capovolto e la chiesa di Oppenheim ha la punta del campanile che si trova vertiginosamente a reggere la pesantezza del resto, conficcata nella terra. Anche il lavoro di Oppenheim, come quello di Doyle, è costantemente giocato tra l’umorismo e il terrore, il senso di panico e il disagio della vertigine. L’opera rappresenta anche una riflessione sulle tensioni contemporanee legate alla religione; per l’America, pensiamo soprattutto al fondamentalismo cristiano, sviluppatosi a cavallo tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo.

Nel 1998 Oppenheim ci mostra un’altra bellissima casetta in stile americano in bilico su ordinati cubi di vetro colorato che sembra stia per precipitare da un momento all’altro. Quello che si vede dalle finestre e dalla porta aperta è solo il cielo, mentre i resti di una possibile vita familiare sono scomparsi o non sono mai esistiti. Il disorientamento è simile, ancora una volta, a quello provato dai personaggi rappresentati da Doyle in un suo diorama, che guardano impotenti la propria casa sprofondare nel terreno di fronte ai loro occhi.

Thomas Doyle Collateral Damage tecnica mista
Thomas Doyle “As You Were” (2007) tecnica mista

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