Archivi del mese: giugno 2012

La casetta dei sensi

27.06.2012

Costruire una casetta insieme ai bambini è un passatempo molto divertente e gradito dato che, praticamente con niente, si costruisce qualcosa. Infatti quello che ci occorre è principalmente una scatola di cartone, il resto del materiale dipende da quello che si trova in casa e ai giardini.

Per quanto riguarda la scatola noi abbiamo usato una di quelle dell’IKEA col manico, usufruibili gratuitamente per portare via la spesa. Con due pezzi di cartoncino tolti alla stessa scatola, abbiamo fatto il pezzettino di giardino antistante la porta ed il tetto rosso. Abbiamo usato poi dei cartoncini colorati per ricoprire le varie parti di cartone: il verde smeraldo per il pratino, il rosso per il tetto, il giallo per la porta e un marroncino chiarissimo per il muro esterno.

Devo dire che la parte più divertente è stata la realizzazione del giardino perché ha permesso di maneggiare e incollare tanti materiali diversi. Noi abbiamo usato per farlo lo scotch biadesivo che è più indicato per lavorare con i bambini più piccoli, rispetto alla più efficace colla vinilica.

Chiaramente è meglio quest’ultima per avere una migliore presa sugli oggetti ma comunque l’importante è divertirsi sul momento e, per i più piccoli, lo scotch è comunque un materiale di grande interesse tattile. Abbiamo messo varie strisce parallelamente per tutta l’estensione del cartoncino verde e poi vi abbiamo appoggiato, premendo, i vari materiali che avevamo trovato all’aperto: sassi, frutti, semi… (naturalmente per i bambini più piccoli bisogna stare attenti che non si mettano niente in bocca). Lospazio invece per l’apertura della porta l’abbiamo riempito cospargendoci sopra del pangrattato. Anche questa esperienza tattile è molto apprezzata dai bambini quindi conviene fargliela fare a loro direttamente. Si è poi rimosso, scuotendo, la parte di pangrattato in eccesso.

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Gaetano Esposito: L’arte della preghiera e il misterioso fascino del peccato

Gaetano Esposito "Tentazione", 1883, olio su tela cm 72x45. Napoli, museo Pignatelli

Si sente veramente un silenzio, pastoso e delicato, al guardare una giovane ragazza tipicamente del sud con quei suoi capelli corvini che tanto si sposano bene con il luminoso rossore delle grandi gote.

E poi tutto il resto si spegne, improvvisamente, come una lampadina ed il resto del volto viene cancellato da una pesantissima ombra scura.

“Tentazione” si chiama l’affascinante opera dell’artista salernitano Gaetano Esposito, splendido ed introverso pittore, allievo di Domenico Morelli, nato nel 1858 e morto tragicamente suicida nel 1911. Personalità estremamente sensibile come lo si vede anche nel suo modo di dipingere, così intenso ed emotivamente coinvolgente, pose fine alla sua vita proprio traumatizzato dal precedente suicidio di una sua allieva che si era innamorata di lui e che lui aveva respinto. Purtroppo sorte tragica hanno subito anche le opere del sublime artista, la maggior parte delle quali sono o tragicamente scomparse o vendute all’estero.

Con un titolo come tentazione non poteva mancare la rappresentazione di una bella e giovane donna, vestita di un abito attillato nero. La composizione ruota sulle sinuose mani intrecciate su quel rosario dimenticato da un interesse verso qualcos’altro, chissà cosa, che ne rapisce così intensamente l’attenzione. Estremamente romantica è la visione di Esposito della fragilità di questa piccola donna, attraverso una pittura resa con pennellate pastose e tremanti come a immortalare quel fremito del corpo della protagonista. Una pittura che riporta alla tradizione caravaggesca di inizio Seicento, quando il gioco di luci ed ombre diviene fortemente simbolico e ricco di messaggi: le zone più intensamente illuminate sono il bene, mentre quelle in ombra rappresentano il male, il peccato, l’oblio, la fragilità della condizione umana.

Realizzata nel 1883, l’opera su tela apparteneva ad una ricca collezione campana, mentre attualmente è di proprietà della collezione d’arte del San Paolo Banco di Napoli e visitabile presso il Museo Pignatelli del capoluogo campano.

Curiosità sul rosario

Oggetto ricco di storia il rosario, le cui origini vanno ritrovate addirittura nei secoli III e IV, ai tempi dei monaci del deserto che vivevano da eremiti. Essi avevano infatti l’abitudine di contare le preghiere con una cordicella annodata.

L’origine dei grani va invece ritrovata in epoca medievale, quando si usava mettere una corona di rose sulle statue della Vergine, a simboleggiare le preghiere “belle” e “profumate” rivolte a Maria. Rose che poi si sono appunto trasformate in grani, che anch’esse servivano, e servono tutt’ora, a guidare la meditazione contando le preghiere. Naturalmente i materiali di questi grani erano diversi a seconda del proprietario, potevano incorporare anche reliquie e si poteva andare dalle perle ai più economici semi dell’albero del mogano o noccioli di olive. Nel XIII secolo poi i monaci cistercensi elaborarono, a partire da queste collane, che allora si conoscevano con il termine di “paternoster”, una nuova preghiera che chiamarono rosario, devozione questa in seguito resa popolare da San Domenico. Secondo la tradizione, infatti, quest’ultimo ricevette nel 1214 il primo rosario direttamente dalle mani della Vergine Maria, nella prima di una serie di apparizioni, come un mezzo per la conversione dei non credenti e dei peccatori. Il movimento circolare che si fa sgranando il rosario simboleggia il percorso spirituale del cristiano verso Dio: un lungo ritorno. Oggetti simili al rosario sono rintracciabili in varie religioni oltre a quella cattolica: nell’induismo, nel buddhismo, nell’islam e nell’oriente cristiano. Di solito la corona del rosario è formata da 50 grani in gruppi di dieci (le decine), con un grano più grosso tra ciascuna decade. Alcuni rosari però presentano centocinquanta o cento grani: tali numeri sono stati scelti in passato per corrispondere al numero dei salmi o ad una frazione di essi, ovvero due terzi dei 150 salmi; mentre il rosario francescano, anziché avere 50 grani, ne ha 70.

Informazioni utili per andare a visitare la “bella peccatrice”:

Museo Pignatelli Cortes e Museo delle Carrozze – Riviera di Chiaia n. 200 – Napoli

e-mail: pignatelli.artina@arti.beniculturali.it

orario: 8.30-13.30, chiuso il martedì

Costo del biglietto:

ingresso (indicativo): euro 2 (tariffa intera) – euro 1 per residenti UE 19-24 anni; gratis under18 e over 65; 10% di riduzione con Artecard. (tariffa ridotta)

Una corona di foglie…e non solo…

Passare del tempo ai giardini è uno dei passatempi più apprezzati dai bambini, soprattutto con l’arrivo della bella stagione. Si può socializzare ma anche esplorare. Oggi decidiamo di dedicarci alla progettazione e realizzazione di una semplice ma efficace corona. La cosa più stimolante è che la faremo con ciò che troviamo. Infatti non serve niente, nè colla, nè forbici, nè nastro adesivo, quindi è un gioco molto adatto da fare anche per i più piccoli. Sicuramente però ci dobbiamo armare di fantasia.

Per la realizzazione della nostra corona noi abbiamo usato delle foglie e rametti di pitoforo. Dato che si tratta di una pianta ad uso soprattutto ornamentale o per creare siepi, un pò come l’alloro, si trovano molti esemplari in giro. E’ una pianta che si presta bene alla realizzazione della nostra corona perchè le foglie sono molto resistenti e di una certa ampiezza. Iniziamo la nostra costruzione…

 

Passo 1

Per prima cosa, col nostro piccolo, cerchiamo le foglie più belle e grandi (la quantità la vedremo via via che costruiamo). Insime alle foglie raccogliamo anche dei piccoli rametti che ci serviranno per unirle insieme, come fossero degli spilli.

Dopo averne unite quante foglie ci sembra che possano bastare per circondare la testa del nostro principe o principessa, il risultato sarà…

Passo 2

Adesso non ci rimane che unire le estremità pre creare una circonferenza. Questa è chiaramente la base della nostra corona, poi sta alla fantasia sbizzarrirsi con le decorazioni più varie.

 

 

 

Si può andare da una semplice foglia messa per verticale in un punto, a richiamare una piuma, come i copricapi da indiani…

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