Archivi del mese: maggio 2012

Nonno raccontami una storia: gli affetti familiari nell’arte

La figura del nonno si è nel corso del tempo modificata, seguendo le trasformazioni legate alla famiglia. Al giorno d’oggi i nonni sono figure di supporto indispensabili, non solo a livello educativo, ma anche economico se si pensa al costo degli asili e al fatto che è sempre maggiore la necessità che entrambi i genitori lavorino. Quest’ultimo aspetto non è più solo legato alla scrosanta emancipazione femminile ma è una reale e indispensabile necessità per arrivare a fine mese. Purtroppo in Italia il supporto alla donna che lavora, al momento che diviene madre, è pressocchè nullo e la scelta obbligata che sempre più spesso le si presenta, se non dispone dell’aiuto fondamentale dei nonni, è rinunciare al proprio lavoro e alla possibilità della propria crescita professionale.

Già nell’ultimissimo periodo la famiglia è molto cambiata e, anche per questo aspetto sociale, si vede un’importante differenziazione tra nord, centro e sud dell’Italia. Le due principali tipologie di famiglia sono: nucleari e complesse. Quest’ultima ha carettizzato già all’inizio del Medioevo gli abitanti delle aree rurali e, nel sud, si è mantenuta ancora oggi. Chiaramente la famiglia complessa, cioè costituita da un largo numero di componenti, è legata soprattutto al bisogno di manodopera per lavorare i campi. Mia madre, di origine siciliana, mi ha  raccontato, con grandissima malinconia, come quando era piccola si conviveva tutti insieme: con i nonni e addirittura con cugini e zii. Soprattutto in vacanza si era abituati a prendere in affitto una stanza e a stare tutti insieme, dormendo per terra in sacchi a pelo. Addirittura, mi raccontava, se c’erano le scale, ogni scalino era occupato da una persona che vi dormiva. Naturalmente le controindicazioni, come in tutte le cose, non mancano e chiaramente in un ampio nucleo familiare viene un pò meno l’intimità della coppia in tutti i suoi aspetti. D’altra parte si va sempre più verso l”‘isolamento”, i parenti non si vedono quasi più se non in occasioni particolari, come il Natale (e a volte nemmeno). Il rapporto con i nonni viene coltivato ma ha preso una direzione diversa. Nella storia la figura dell’anziano, già negli agglomerati tribali, era la figura del saggio che portava sulle sue esperte spalle tutto il sapere antico e, ancor meglio in una società dove ancora non vi era la scrittura per tramandare il sapere, tali figure assumevano un ruolo fondamentale di generazione in generazione. Ancora oggi tra i ricordi più belli che un bambino si porta con sè nella crescita sono quei momenti passati sulle ginocchia dei nonni a farsi incantare dalla storia della loro vita.

In arte è soprattutto dall’Ottocento, quando si inizia a rappresentare gli affetti più quotidiani, che si da attenzione al rapporto tra nonni e nipoti, il quale si è andato comunque molto trasformando rispetto per esempio al Settecento. Infatti si fa via via meno rigido e referenziale, pensiamo che i figli dovevano rivolgersi ai genitori dando loro del “voi” e così con i nonni e addirittura fra marito e moglie si usava questo modo freddo di relazionarsi.

Jan Hendrick Van Grootvelt "Evening" olio su tela inizio XIX secolo

Jan Hendrick Van Grootvelt riprende un momento di allegria e serenità al lume di candela; ormai è giunta la sera e il bambino sta per andare a letto. Bellissimo e pieno di dolcezza è lo scambio di sguardi tra il nonno e il piccolo, in piedi sulle sue ginocchia. Un momento di gioco o il momento di raccontare una filastrocca o una storia. E’ proprio l’arte fiamminga dell’Ottocento a farci assaporare maggiormente momenti di grande intensità affettiva, rivelando ancora una volta la sua principale caratteristica, da sempre presente, di grande pathos nelle composizioni.

 

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L’UNIVERSO DI ATHOS ONGARO

ATHOS ONGARO

Non osare è fatale”

La prima questione che le opere, e in particolare le sculture di Ongaro, sollevano è quella della definizione, nella nostra testa, di “classico”.

Athos Ongaro “Lirico”, marmo statuario, h. 220 cm

Se guardiamo il Lirico, infatti, vediamo che è realizzata anatomicamente in maniera “classica”, fattore accentuato anche dalla scelta del materiale, il marmo statuario ma se la osserviamo meglio nei suoi molteplici particolari anche, da più punti di vista, girandoci intorno, vi accorgete che c’è qualcosa di strano rispetto a ciò che siamo abituati a vedere nelle opere della classicità. Innanzitutto il corpo del sedicente poeta è sbilanciato fino alla deformazione nel suo malriuscito tentativo di cantare la lode e la sensazione che ci da in un’ultima analisi è quella di un equilibrio precario. Quel corpo che, a prima vista, ci sembrava così aggraziato e perfetto, si scompone e il canone di proporzione perfetta fra le parti del corpo umano, teorizzato dallo scultore greco Policleto nel lontano 400 a.C, va a farsi benedire. Perché la testa appare troppo piccola rispetto al resto del corpo, le mani troppo grandi e così il collo. Il tutto condito dal cinghiale sorridente e ammiccante che si struscia alle gambe di questo strano poeta, riportandolo e riportandoci nella materialità del mondo. Tra l’altro il cinghiale è il discendente di quello romano degli Uffizi.

Ongaro quindi reinterpreta l’antico, lo attualizza e lo fa anche in maniera ironica. Vedremo come l’elemento di ironia, di sberleffo, di provocazione, sia sempre presente nelle opere di Ongaro come strumento di aiuto per pensare, per riflettere sulla nostra vita e sul mondo, sulle radici della nostra civiltà. In Ongaro non c’è, come invece in molti artisti contemporanei, un rifiuto della tradizione ma anzi il passato è riproposto, nei materiali, nelle tecniche, vivendolo come una cosa non digerita, che ha ancora lezioni da dare.

Quello che vedremo sarà una continua sorpresa perché questo artista non può essere identificabile, e lui stesso non vuole esserlo, con alcun modo o maniera o stile predefinito, anzi egli è contro queste etichettature. Dice: “l’arte soffre di claustrofobia, non ce la fa proprio a stare ingabbiata nei dogmi”. Nelle sue opere assisteremo ad una messinscena inesauribile, in cui fanno la loro comparsa figure della civiltà minoica, della (come nel caso del Lirico) mitologia classica, del Cristianesimo, insieme a suggestioni che richiamano il manierismo, il neoclassicismo, ma anche il pop, il liberty e il mondo delle fiabe e dei cartoon americani, elementi sempre riletti in chiave inedita, spesso irridente e, solo in apparenza irriverente. È proprio questo che dà alle opere di Ongaro quella particolare atmosfera di incertezza esistenziale che ne costituisce il fascino specifico.

Ma addentriamoci in questo mondo.

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Moving Image in China: il senso di inquietudine dell’uomo conetmporaneo al Museo Pecci di Prato

“L’uomo vive come uno schiavo di sé stesso e dell’ambiente; ma questa vita umile, fatta di solitudine, silenzio, fantasia, tedio e passione, a volte è così insopportabile che sentiamo il desiderio di volare. É un modo per trascendere o scappare”. Così descrive la sua opera video, Fly Fly, Jiang Zhi. L’effetto del suo video è ancor più d’impatto proprio per la sua semplicità. L’artista grida la sua volglia di libertà silenziosamente, anzi con un bellissimo sottofondo di musica classica, attraverso il solo gesto di un braccio che, muovendosi dall’alto verso il basso e viceversa, richiama alla mente il battito d’ali di un uccello. Lo sfondo di quel gesto non è però il cielo ma la propria abitazione, ingrigita dal tempo, a rappresentare la vita umile di tutti i giorni.

Jiang Zhi – Fly Fly 1997

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